Intervista a Manuele Cecconello, art director del festival cinematografico C’è un tempo per… l’integrazione.







Intervista a Manuele Cecconello, art director del festival cinematografico C’è un tempo per… l’integrazione di Sarnico.

Sarnico è un comune della provincia di Bergamo situato nella comunità montana del Basso Sebino. Il 10 maggio ospiterà la dodicesima edizione di C’è un tempo per… l’integrazione, festival cinematografico che ha come tema il dialogo interculturale, interetnico e interreligioso.

Il sito web untempoper è ricco di informazioni. Però l’affinità ideologica con Manuele Cecconello, direttore artistico del festival, mi ha fatto venire voglia di sapere qualcosa di più direttamente dalla sua voce.

Manuele Cecconello dietro la macchina da presa
Manuele Cecconello dietro la macchina da presa

Captain Clash: Quali necessità muovono la comunità di Sarnico ad ospitare il festival cinematografico C’è un tempo per… l’integrazione?

Manuele Cecconello: Il fondatore del festival, l’operatore culturale Giancarlo Domenghini, aveva il mandato di creare degli elementi di discussione e analisi della situazione sociale del Basso Sebino. Sarnico è leader mondiale nella produzione di guarnizioni in gomma, e ha richiamato sul suo territorio una vasta comunità di persone provenienti soprattutto da Nord Africa, India, Pakistan e Cina. Il festival è nato dalla necessità di ascoltare e diffondere nella società un’immagine di queste persone che travalichi la dimensione lavorativa. Che cosa c’è di meglio dell’audiovisivo, della fiction e del cortometraggio, per mostrare le sfaccettature delle culture presenti sul territorio e avviare con esse un dialogo!?

Banner di "C’è un tempo per… l’integrazione".
Banner di “C’è un tempo per… l’integrazione”.

CC: Credi che la settima arte abbia la possibilità di contribuire a “migliorare il mondo”, oppure che non possa sperare di ottenere obiettivi più ambiziosi di una generica sensibilizzazione della coscienza collettiva?

MC: Lo credo fortemente, in quanto il cinema veicola le emozioni, che servono a fissare le idee. Le emozioni connettono la tensione e l’attenzione restituendo alle nostre idee una vibrazione. L’uso dell’audiovisivo è un modo di informare formando, un modo di tenere uniti e fare comunità. C’è un tempo per… l’integrazione è molto attento a fare qualcosa che si innesti dentro le prassi culturali preesistenti, che non sia un corpo estraneo né un elemento di rottura, bensì un elemento di continuità. Le novità devono essere inserite in modo progressivo con un linguaggio democratico comprensibile a tutti, in modo da creare una situazione più interattiva e collaborativa che superi quella del semplice spettatore. Punti forti del festival sono la circuitazione delle opere premiate, il concorso fotografico, le presentazioni nelle librerie, gli interventi di animazione nelle scuole e il coinvolgimento delle comunità di immigrati. All’interno di questo complesso di azioni, il cinema trova la parte che gli è più connaturale: quella che investe l’emotività.

Locandina di "C'è un tempo per… l'ntegrazione", 2017.
Locandina dell’undicesima edizione di “C’è un tempo per… l’integrazione”.

CC: Come viene organizzato C’è un tempo per… l’integrazione?

MC: Siamo una piccola squadra che anno per anno ridefinisce il bando di concorso. Quest’anno siamo aperti, oltre che alla fiction, ai documentari; perché il documentario è uno strumento di cittadinanza sociale, e perché molti giovani registi si cimentano in questa disciplina. Raccogliamo le opere attraverso alcune piattaforme web, e la cosa funziona: manca poco più di un mese alla scadenza del bando per il 2018, e ci sono pervenute già ottocento opere – anche se un certo numero di queste è fuori tema. Siamo interessati al dialogo e all’armonizzazione dei rapporti umani. Vogliamo concentrarci sulle prassi positive che dirimono le conflittualità, non sulla denuncia e la conflittualità.

Abbiamo due giurie; una per la sezione internazionale Cortometraggi e documentari, ed una per quella legata al territorio, dedicata alla Lombardia e agli istituti di grado superiore della regione. Credo che entro la data di scadenza del bando arriveremo a collezionare millecinquecento cortometraggi, e dovremo selezionarne non più di una dozzina da proiettare nel corso di un’unica serata.

CC: Organizzare un evento di questa portata non dev’essere affatto facile!

MC: Quest’anno il festival è stato “adottato” dalla sezione cultura della coopertiva sociale Ruah, che contribuisce in maniera maggioritaria al suo finanziamento. Verso la metà di maggio, in occasione della presentazione e premiazione dei documentari, il regista Elia Moutamid terrà a Bergamo un laboratorio. A Sarnico premieremo i cortometraggi ed ospiteremo la mostra del concorso fotografico intitolata al fotoreporter Ulisse Belometti, aperto sia agli amatori che ai professionisti. Siamo in quattro a curare l’evento, ma grazie al volontariato, durante le giornate saremo almeno in venti ad occuparci della logistica.

CC: Mi pare di capire che la prossima edizione abbia delle novità rispetto a quelle passate.

MC: Ci sono parecchie novità: il nostro bando ora è a livello nazionale. E abbiamo vinto il bando Migrarti col progetto Corti Migranti. La vincita prevede la circuitazione di una dozzina di opere in dieci differenti luoghi del Basso Sebino (oltre al comune di Pettinengo, grazie alla collaborazione con Pacefuturo). In più, stiamo collaborando con Film Commission Lombardia e con Primed di Marsiglia, un festival sulle tematiche legate ai paesi del Mediterraneo.

CC: Quali obbiettivi ambite raggiungere quest’anno?

MC: Il nostro intendimento è quello di riuscire a intercettare quelle opere in grado di ispirare buone pratiche, che facciano vedere con l’evidenza dell’arte quanto sia possibile parlarsi e individuare condizioni di armonia, per trovare un luogo comune in cui coesistere e arricchirci vicendevolmente attraverso il dialogo. Abbiamo la possibilità di scegliere tra lo scontro e l’incontro. Noi lavoriamo per l’integrazione.

CC: Allora… restiamo in contatto!? Mi piacerebbe vedere il festival dal vivo, e vorrei raccontarlo sul Far-Blog. Mi offri un pernotto?

MC: Prenotato!


Sarebbe bello proiettare Porto il Velo nella sede veronese della Lega Nord







Sarebbe bello proiettare ‘Porto il Velo, adoro i Queen’ nella sede veronese della Lega Nord

Ciao senatùr;

sai, qui al nord è sempre tutto uguale: è pieno di meridionali. Da Roma ladrona a mafia capitale, quanti anni sono passati! E che cosa ne è stato del federalismo senatùr?

Leggo questo articolo dal Corriere del Veneto dell’otto marzo, e subito penso ad uno scherzo ben architettato, avendo io amici ed amiche con e senza velo, intelligenti e burlone.

Leggo sproloqui di politici di una destra un tantino estrema, la Lega Nord Veneta. Dove sei senatùr? Questa propaganda l’hai iniziata tu, e questo articolo è vero.

Quando ero bambina, durante la Quaresima, accettavo la mia responsabilità e rinunciavo ai dolci per tutti i quaranta giorni. Aspettavo in preda al panico (e sempre più famelica) l’apertura delle uova di cioccolata. Non trovandomi a mio agio nei panni dell’Addolorata, iniziai a riflettere sul fatto che tra me e Dio si estendeva tutta l’umanità, che il viaggio era lungo e che era ora di partire.

Corriere del Veneto, 8 marzo 2018
Corriere del Veneto, 8 marzo 2018

L’articolo… l’articolo nel pieno di un delirio proibizionista e incostituzionale, oltre che con il mio film “pro islam”, con chi se la prende? Con Elton John! Ebbene sì: Elthon John, in quanto gay e padre di due figli nati da un utero in affitto.

Ebbene: Elton, io e le altre, possiamo scegliere cosa sia meglio per noi stesse anche se a voi non piace.

Mi salgono di nuovo gli zuccheri e penso: “dove sei, senatùr? Hai parcheggiato il carroccio in divieto di sosta e te ne sei andato via tenendoti le chiavi”.

Secolo Trentino, 8 marzo 2018
Secolo Trentino, 8 marzo 2018

Il confino, Enzo Jannacci, la colomba, la bandiera, mio figlio in bicicletta, la faccia di Dylan, una valigia di pelle, il mio dna…

Il mio bisnonno è morto al confino; non era gay, ma comunista e pittore talentuoso. In una chiesa di Tarquinia è custodita una sua opera, il resto si è perduto in una soffitta di Parigi molti anni prima della grande guerra. Mio nonno, invece, anni dopo scontava quattro anni di prigionia in Germani, mentre i nonni paterni abbandonavano la loro azienda e fuggivano in esilio rifiutando di servire i tedeschi.

Mi serve un’altra fetta di colomba alla pesca. La faccio accompagnare da un goccio di vino rosso.

Pro islam, anti islam… Ma che cosa vuol dire? È possibile essere pro o contro una religione ed una cultura, come fanno i talebani? Succede, certo. Ma da queste parti non si può, giusto? Questa propaganda è semplicemente illegale, giusto senatùr?

Corriere di Verona, 8 marzo 2018
Corriere di Verona, 8 marzo 2018

Ti è mai capitato di viaggiare all’estero e di sentirti etichettare “italiano, maccherone, terrorista”? No; perché qua di terrorismo ne abbiamo avuto moltissimo e le genti lontane, cioè gli stranieri, possono anche fare semplificazioni e ragionamenti che definire stupidi è riduttivo.

A Londra, da ragazza, mi è successo che un vecchio affittacamere polacco, appena dichiarata la mia nazionalità, si alzasse dalla sedia della reception per alzarmi di peso e letteralmente scaraventarmi in volo fuori dal portone. Tipo saloon dei film western. Era un omone grosso e pelato che mi urlava dietro “BLOODY ITALIANS SHITS TRAITORS!”, cioé “bastardi italiani traditori di merda”.

Un’altra volta, (ero in Sud America), un ragazzo argentino appena incontrato mi disse qualcosa tipo: “Hey, sei italiana? Wow, sei una fascista! Ti piace Mussolini?”

In Grecia, mi riposavo su una spiaggia vicino ad un gruppo di ragazzi di diverse nazionalità che parlavano in inglese di politica e di razza. Ci avevo messo un secondo a capire che erano proprio dei neonazisti. Uno di loro alzò la testa e mi disse: “Perché ci ascolti? Tu sei una comunista; si vede da come ti vesti e ti pettini”.

Come stavo vestita? Costume, pareo e cappello da sole: la tipica divisa dei comunisti.

Per spaventare la gente possono bastare un articolo di giornale, o il fugace incontro con uno “straniero”.

Oggi, dopo le guerre, dopo gli anni di piombo, il terrorismo e i rossi e i neri e gli azzurri, ecco che arrivano i cervelli col piombo; e il piombo, si sa, è un veleno per l’umanità.

Addio, senatùr.

Noi resistiamo, e produciamo antidoti. Uno di questi antidoti si chiama Porto il velo, adoro i Queen.



Riscatto Nazionale, 8 marzo 2018
Riscatto Nazionale, 8 marzo 2018

Nota: questo articolo non contiene alcun link agli articoli usciti in seguito alla proiezione del 7 marzo di Porto il velo, adoro i Queen all’Università di Verona, perché non c’è proprio niente di bello, né di buono da linkare. Due o tre screenshot siano sufficienti a documentare la palude di paura e ignoranza in cui siamo impantanati.


Il sette marzo Porto il velo, adoro i Queen all’Università di Verona – col “cappuccio del giubbotto calato in testa”.







L’8 marzo 2018 il docufilm “Porto il velo adoro i Queen” è proiettato all’Università di Verona.

Lavinia Flavia Cassaro è un’insegnante di scuola elementare e media all’Istituto comprensivo Leonardo da Vinci di Torino. Giovedì scorso, è stata filmata durante un atto di protesta contro la polizia che aveva cinto un cordone di sicurezza per impedire a cinquecento antifascisti (chissà perché i media lo scrivono sempre tra virgolette?) di raggiungere l’hotel dove il fascista (senza virgolette) Simone Di Stefano, leader di CasaPound, teneva un comizio elettorale.

La sua azione (o meglio: reazione) politica ha destato lo sdegno e la condanna di molti moderati, inclusa quella del segretario Pd, Matteo Renzi, che ne ha sollecitato l’allontanamento dal posto di lavoro, benché il provvedimento sia giuridicamente quantomeno discutibile.

Flavia svolge un lavoro importante: il suo ruolo di educatrice implica un certo grado di autorevolezza. Avrebbe dovuto tenere un contegno da mammina del Mulino Bianco, da fata dai capelli turchini, anche in mezzo alle cariche della polizia. Invece Flavia aveva “il cappuccio del giubbotto calato in testa” come una teppista che travisa il volto con la scusa che tira vento. E le sono scappate persino delle parolacce! Ancora una volta, i media hanno usato i vestiti indossati e le parole pronunciate da una donna per stigmatizzare le sue posizioni politiche e ideologiche.

Se Flavia non fosse un’insegnante, non avrebbe subito la gogna mediatica di un’Italia che si rivela, tanto per cambiare, fortemente misogina.

È anche per questo l’8 marzo noi ci saremo.



Banner 8 marzo

Questo venerdì ha preso il via l’edizione 2018 della manifestazione Ottomarzo. Femminile, plurale promossa dall’assessorato alle Pari Opportunità in occasione della Giornata internazionale per i diritti delle donne. L’8 marzo parteciperemo allo sciopero globale delle donne promosso da Non una di meno, però mercoledì 7 lavorare sarà per noi un piacere: alle 20.30, nell’aula A degli Istituti Biologici di Borgo Roma, Strada Le Grazie, 8, Verona, saremo presenti alla proiezione di Porto il velo, adoro i Queen. Dopo la proiezione, la regista Luisa Porrino e Batul Hanife (medico psichiatra e protagonista del film) parteciperanno al dibattito, moderato da Olivia Guaraldo, docente di Filosofia politica e componente del Comitato Unico di Garanzia dell’Università di Verona.



Locandina di "Porto il velo, adoro i Queen" per "Ottomarzo. Femminile, plurale 2018"

Lavinia Flavia Cassaro non aveva solo il cappuccio calato sulla testa, ma pure – cosa gravissima – “una bottiglia di birra in mano”, il ché non è affatto in linea con l’immaginario collettivo della brava maestra. Questa volta saremo anche noi un po’ cattive maestre contro ogni forma di fascismo, di cui sessismo e misoginia sono diretta conseguenza.

Cin cin, fratelle e sorelli. Evviva il velo, evviva il cappuccio del giubbotto – ed evviva i Queen!


Porto il velo, adoro i Queen alla Casa per la Pace di Milano

 

La Casa per la Pace di Milano fin dal 2001 affronta i temi della nonviolenza (disarmo, gestione positiva dei conflitti e diritti umani). Uno degli strumenti più efficaci contro la violenza è l’interculturalità.

All’interno della Casa per la Pace è attiva una scuola di italiano per donne straniere. La possibilità di comunicare è il primo passo verso l’inclusione sociale degli “altri” e l’emancipazione delle donne “straniere”.

Mercoledì 7 febbraio alle 18:30, all’interno della rassegna interattiva sui pregiudizi Gli Altri Siamo Noi (visitabile fino al 7 marzo) sarà proiettato il docufilm Porto il velo, adoro i Queen, perché l’impegno sociale di Fargo Entertainment ha come punto fermo i diritti dei migranti.

Calendario eventi della 'Mostra interattiva sui pregiudizi'
Calendario eventi della ‘Mostra interattiva sui pregiudizi’

La proiezione avrà luogo nei locali della stazione ferroviaria di Porta Vittoria presso la galleria Artepassante.

Dopo la proiezione, come di consueto, ascolteremo le domande dei presenti nel tentativo di abbattere ancora una volta qualche muro, e di costruire qualche nuovo ponte.

 

Cerchiamo attrici e attori per il nuovo luongometraggio Confine Nord, tramonto a Ovest.





Fargo Entertainment cerca attori per il lungometraggio ‘Confine Nord, tramonto ad Ovest’


Il nuovo film che Luisa Porrino ha in cantiere è caratterizzato da una forte polifonia plurilinguistica che comprende italiano, inglese, arabo e dialetto piemontese. Per girare Confine Nord, tramonto a Ovest abbiamo bisogno dei caratteri giusti, uno dei quali potresti essere tu.




 Un ragazzo maggiorenne di età scenica tra i diciotto e i vent’anni;
 una ragazza maggiorenne di età scenica tra i diciannove e i vent’anni;
 una ragazza italo-africana maggiorenne di età scenica tra i venti e i venticinque anni;
 una ragazza italo-siriana (o di origine medio orientale), maggiorenne, di età scenica tra i venti e i venticinque anni e fluente in lingua araba;
 un ragazzo italo-siriano (o di origine medio orientale), maggiorenne, di età scenica tra i diciotto e i vent’anni e fluente in lingua araba;
 un ragazzo maggiorenne di età scenica di ventotto anni;
 un ragazzo muscoloso maggiorenne di età scenica tra i diciotto e i ventotto anni;
 due ragazze maggiorenni di età scenica tra i diciotto e i ventotto anni;
 un ragazzo maggiorenne di età scenica tra i venti e i venticinque, che sappia andare bene in skateboard.


Il casting avrà luogo presso la sede di Film Commission Torino Piemonte giovedì 25 e venerdì 26 gennaio 2018.

Per proporti scrivici una mail.


New York, New York





New York è una location di Porto il velo adoro i Queen


Una parte del docufilm Porto il velo, adoro i Queen è stata girata a New York

Il primo dei motivi è abbastanza evidente: la Grande Mela, abitata da milioni di immigrati, è la metropoli cosmopolita per antonomasia. Ellis Island, isolotto artificiale alla foce del fiume Hudson creato coi sedimenti e i detriti prodotti dalla costruzione della metropolitana, nel corso di un secolo ha visto transitare ben dodici milioni di esseri umani europei e italiani alla ricerca di un futuro.

C’è un secondo motivo per cui Luisa ha pensato che potesse essere una buona idea iniziare le riprese negli Stati Uniti. L’impresa consisteva nel riuscire a convincere Sumaya Abdel Qader e Batul Hanife a diventare le protagoniste del suo nuovo docufilm. “Se le invito a fare un giretto negli USA, può essere che accettino la parte“.

Lo stratagemma ha funzionato: una trasferta all’estero con conseguente condivisione dell’alloggio (un appartamento ad Harlem vicino a Central Park) può essere un ottimo modo per approfondire la conoscenza delle persone con cui si vuole lavorare.

Takoua e Batul in viaggio per New York
Takoua e Batul in viaggio per New York

Il terzo motivo che ha spinto Luisa a muoversi a New York è stato il desiderio di intervistare Merve Safa Kavakçı.

Nel 2004 è stata riconosciuta tra le Women of Excellence dalla George Washington University (dove insegna Storia delle istituzioni e delle relazioni politiche internazionali) e dalla NAACP (acronimo di National Association for the Advancement of Colored People). Merve è considerata una dei cinquecento musulmani più influenti al mondo, è consulente al Congresso degli Stati Uniti per il mondo musulmano, ed ha una storia importante alle spalle.

In Turchia è stata esponente del Partito della Virtù (in turco Fazilet Partisi).

Il 2 maggio 1999, i membri del Partito della Sinistra Democratica le impedirono di prestare giuramento durante la cerimonia giurata per aver infranto il disposto legale kemalista che vieta di ostentare simboli religiosi nei luoghi pubblici. Merve Kavakçı non volle piegarsi alla legge e insistette a indossare il suo hijab anche in Parlamento

Merve Safa Kavakçı
Merve Safa Kavakçı

Nel 2007 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’espulsione di Merve Kavakçı è avvenuta in violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Da allora, ha viaggiato per il mondo in rappresentanza e sostegno delle donne musulmane a difesa del loro diritto di indossare l’hijab.

Porto il velo, adoro i Queen non è, e non vuole essere, un film che fa proselitismo religioso. La pellicola intende innanzitutto veicolare un messaggio forte contro la misoginia e la xenofobia, di cui il corollario islamofobo è una delle conseguenze.

Nel 1999 Merve Kavakçı è stata premiata con il Service to Humanity Award da Haus Der Kulturellen Aktivität und Toleranz a Vienna. Nel 1999 ha ricevuto il premio di Madre dell’anno dalla Capital Platform of Ankara e dalla National Youth Organization.

“Nessuno può dire a una donna come deve vestirsi, o come deve svestirsi”; ecco il messaggio (secondo me incontestabile) che Merve Safa Kavakçı ha lasciato nel corso dell’intervista.


Mentre Sumaya e Batul partecipavano alla preghiera del venerdì , Luisa ha intervistato Chernor S. Jalloh, Immam del Centro Culturale Islamico di New York.

Chernor ha ribadito ancora una volta che l’Islam è una religione di pace – ma lo sapevamo già; il problema sono gli esseri umani, non la loro fede. Un malvagio è malvagio a prescindere dalla fede a cui appartiene, e non esiste religione che possa assolverlo o giustificarlo.

Spostarsi a New York per girare un film che parla (anche) di Islam senza visitare il National September 11 Memorial & Museum sarebbe stata una lacuna imperdonabile; le due vasche di granito su cui sono incisi i nomi delle vittime comunicano un sentimento di gelida, straniante bellezza.

Batul al National September 11 Memorial
Batul al National September 11 Memorial

A Little Italy si respira un’aria diversa – anche se di Italy, al quartiere, è rimasto solo il nome. Di italiani autentici ne sono rimasti ben pochi.

Sumaya e Batul si sono mosse in giro per le strade di Little Italy a caccia del connazionale perduto.

Alla fine, qualche italiano vero lo hanno trovato.

Batul, Sumaya e un italiano vero
Batul, Sumaya e un italiano vero

Cose che ho imparato da Porto il velo, adoro i Queen





Cose imparate dal docufilm di Luisa Porrino Porto il velo, adoro i Queen


Poco meno di un anno fa, ricevetti una telefonata da Luisa. Pensavo che avesse intenzione di parlarmi del breve filmato pubblicitario di cui, un paio di settimane prima le avevo parlato, appollaiati all’interno cortiletto di un posto dell’ARCI.

Orbene, c’era questo terzetto di imprenditori del catering che necessitava di un sito web, e voleva un filmato inserito nel header. I miei potenziali clienti avevano delle idee un po’ bizzarre in testa (filmino passo uno con fiori di Bach che spuntano dalla sabbia e si trasformano in qualcosa, droni che riprendono cerimonie nuziali, preventivi a pagamento decorati a mano… cose così). Mi era stato richiesto, in particolare, che il sito fosse “innovativo”. Tutti i webmaster sanno che il committente, in linea di massima, per innovativo intende l’icona di Facebook che si illumina quando ci passi sopra col mouse.

È andata a finire che i tre non accettarono né la mia idea di innovazione, né (soprattutto) il mio preventivo, per cui del filmato in stop motion non se ne fece nulla.

L’argomento della telefonata di Luisa non atteneva, però, a quel clippino. C’era la locandina di un film da “mettere un po’ a posto” per il Rome Indipendent Film Festival. Il film in questione era Porto il velo, adoro i Queen.

Insieme al file della locandina, opera di un teppista del Photoshop, Luisa mi passò una copia del suo nuovo docufilm.

Quella sera stessa lo guardai, e ne rimasi folgorato.

C’è un mucchio di gente che vive nel pregiudizio di non avere pregiudizi. Non credo di appartenere a quella categoria. Sono consapevole di avere molti pregiudizi. Ad esempio, non sopporto i razzisti. Che poi, di razzisti consapevoli di essere razzisti, non è che ne siano rimasti molti. Si sono trasformati in sciovinisti sostenitori di una qualche supposta superiorità delle culture occidentali sulle altre. Ecco, anche questi non li reggo.

Ed esiste un’altra categoria di persone su cui ho un incrollabile pregiudizio: chi è affetto da quella patologia che corre sotto il nome di “misoginia”. O fratelle e sorelli; ognuno ha i suoi propri inaccettabili sacrosanti pregiudizi, ed io, nel mio piccolo, difendo i miei a spada tratta.

La prima volta che vidi il docufilm di Luisa compresi di avere un enorme limite nella mia capacità di leggere le dinamiche della contemporaneità. Quante donne velate avevo realmente visto, fino a quel giorno?

Risposta: nessuna. Con questo intendo dire che sì, certo che ne avevo viste: madri che portano a scuola le compagne e i compagni di mio figlio, ragazze che fanno la spesa nei supermercati, nonne che portano i nipoti a giocare nei giardini pubblici. Però non le avevo veramente notate. Per me, molto semplicemente, lo hijab era un foulard, un capo d’abbigliamento tradizionale di donne fedeli all’Islam. Il mio anarchismo spirituale, (il mio agnosticismo), mi impedivano di pensare che portare il velo possa creare, o essere, un problema.

Invece, spesso, lo è. C’è sempre qualcuno che li crea, i problemi; in questo caso, chi vede nella donna che indossa lo hijab necessariamente una vittima della mancata emancipazione dai retrivi costumi religiosi e sociali del mondo islamico.

Ai miei pregiudizi se ne aggiunse uno che mai e poi mai avrei potuto preconizzare: niente da fare, è più forte di me: non riesco a sopportare l’islamofobia.

Nel corso dei mesi seguenti Luisa mi coinvolse sempre di più in quello che ho capito essere non solo un film. L’innovativa formula distributiva ideata da MovieDay l’ha portata in tour per le sale cinematografiche di tutta l’Italia.

Alcune volte in sala ci sono stato anch’io, e ho potuto assistere ai dibattiti che si accendono quando, finito il film, in sala le luci si riaccendono.

È proprio dalle dirette parole delle ragazze, delle donne che hanno parlato dopo la proiezione, che sul velo ho imparato molte cose. La più importante delle quali è che esistono moltissimi modi e moltissime motivazioni per indossare o non indossare il velo.

Ho sentito donne musulmane dire che il velo è per loro un atto di fede

Ho sentito donne musulmane dire che il velo per loro è emancipazione.

Ho sentito donne musulmane dire che per loro indossare il velo è trasgressione.

E ho ascoltato una ragazza musulmana svelare qualcosa di prezioso sulla sua quotidianità, sul rapporto che ha col suo hijab, e sulla sua migliore amica.

Grazie di essere venuta a vedere il film di Luisa, Khady, e per le cose che hai raccontato; sei riuscita a infondermi un po’ di ottimismo sul futuro.

Se prima di Porto il velo, adoro i Queen non avevo veramente visto le ragazze italiane che indossano il velo, dopo averle ascoltate parlare del loro hijab, dell’autentico significato di sharia (una parola che gli occidentali fraintendono, anche un po’ per opportunismo), hanno incominciato ad essermi molto simpatiche.

Anch’io, adesso, vedo nelle ragazze italiane di seconda generazione che non hanno voluto rinunciare ai valori e alla fede del loro Paese di origine un ponte tra due culture che non sono affatto inconciliabili.

Nel mio piccolo, ho parecchi pregiudizi. Ad esempio, non sopporto i muri. In compenso amo un sacco i ponti.

Evviva il velo. Evviva i Queen!